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Legge e genitorialità condivisa

Cosa significa “affidamento condiviso”?

In che modo essere genitori separati incide sui figli?

Qual è il ruolo specifico del mediatore familiare?

Quali sono le soluzioni che la legge ha trovato per garantire una corretta co-genitorialità?

Risponde per Noi2 Magazine l’avvocato Arnaldo De Vito, Professionista Associato dello Studio Legale Zannier Basso Ballarin di Pordenone.

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Avvocato Arnaldo Da Vito

Per comprendere l’affidamento condiviso occorre riassumere brevemente quale era la disciplina prima della riforma del diritto di famiglia posta in atto dalla Legge 8 febbraio 2006 n°54, e quale nuovo principio è stato introdotto nell’ordinamento.

Sia pur con una certa semplificazione, si può affermare che dal 2006 in poi il Giudice, di fronte alla crisi coniugale, non ha l’arduo compito di stabilire quale dei due genitori merita di assumersi la responsabilità prevalente della crescita dei figli, ma deve, come prima scelta, optare per una co-gestione il più possibile paritaria della genitorialità, potendo derogare al principio della condivisione delle responsabilità parentali esclusivamente in presenza di gravissime ed eccezionali situazioni che rendano l’affidamento condiviso contrario all’interesse dei minori stessi.

Le interminabili contese su quale deve essere il genitore affidatario nella fase di separazione, sono state quindi sostanzialmente soppresse (quantomeno sulla carta), con un tratto di penna: l’affidamento, salvi casi del tutto eccezionali, deve essere condiviso.

Ciò implica che, sia pure in presenza di un elevato grado di conflittualità della coppia, l’ordinamento pretende che la gestione dei figli – sotto ogni profilo – sia affidata ad entrambe le figure parentali con pari grado di responsabilità e con pari poteri decisionali, e ciò deve valere anche laddove tra padre e madre non residui alcun canale di comunicazione.

Evidentemente, una tale impostazione del problema, al di là di una giustissima affermazione di principio, non ha, nella pratica, apportato significativi giovamenti alla difficile condizione di coppia in separazione nonché a quella, forse anche più difficile, di figli di coppie separate.

Si è infatti rivelato davvero poco utile sancire in una sentenza che l’esercizio della genitorialità deve essere condiviso, senza preliminarmente porre al centro della questione la coppia, e trascurando la considerazione banale e sorprendente al tempo stesso, che una coppia rimane tale anche nella fase finale della propria esistenza, ossia nella fase della propria dissoluzione.

Dissoluzione che, in assenza di figli, può certamente significare la fine di ogni relazione, di qualunque contatto, ma che in presenza di prole deve necessariamente comportare uno sforzo ben più complesso della negazione totale dell’altro: la ridefinizione delle modalità relazionali.

divorce-01In altri termini, la coppia deve essere accompagnata in un percorso non agevole, il cui traguardo è rappresentato non già dalla fine di ogni relazione, quanto piuttosto dalla rimodulazione del rapporto, muovendo dalla considerazione che il legame di coppia può sempre finire, mentre ciò che ci lega all’altro in quanto co-genitore, no.

Se dunque non si mette al centro del dibattito la necessità di supportare la coppia in crisi attraverso strumenti adeguati, idonei ad aiutarla a ridefinire (e non ad annullare) il proprio rapporto, la mera statuizione per Legge di un obbligo di condivisione delle relazioni con i figli ha rivelato avere un’efficacia davvero molto limitata, sostanzialmente confinata ad una (sia pur sacrosanta) affermazione di principio.

E pensare che lo strumento adatto a supportare le coppie in crisi a compiere questo importante e difficile percorso c’è, ed ha un nome ben preciso: mediazione familiare.

Praticata purtroppo ancora troppo marginalmente dai consultori o da associazioni private, la mediazione familiare non ha certo come finalità quella di ricomporre un legame ormai compromesso, ponendosi invece come obiettivo quello di aiutare gli ex compagni di vita a ridefinire una nuova importantissima relazione, non più come amanti, ma come genitori.

Il Legislatore, pur mostrando verso la mediazione familiare un aperto favore, non ha fortunatamente commesso l’imperdonabile errore di renderla obbligatoria, poiché è sin troppo evidente che un percorso di ridefinizione relazionale non può per sua stessa natura essere imposto.

Ciò che forse è mancato, è l’avvio di una campagna di sensibilizzazione, volta da un lato a sollecitare in tutte le coppie in difficoltà una maggior attenzione alle conseguenze sui figli di una cattiva gestione della crisi della propria relazione, dall’altro a promuovere il ricorso ad utilissimi strumenti di supporto, laddove le risorse individuali fatichino ad ottenere il difficile risultato della rinascita di un nuovo e diverso rapporto dalle ceneri del precedente.

Si tratta, molto semplicemente, di mettere al centro i figli, sul presupposto che una vera condivisione non può prescindere dal dialogo, e che il dialogo non può essere imposto da nessuna sentenza.

 

 




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