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Soldi e divorzio: niente assegno all’ex se è autosufficiente

Recentemente è stato dato molto risalto ad una sentenza della Suprema Corte di Cassazione in tema di presupposti per il riconoscimento del c.d. “assegno divorzile” e che scardina uno dei capisaldi legali in materia di soldi e divorzio. Una vera rivoluzione.

Vediamo di capirne qualcosa di più.

Bugie e conseguenze giuridiche

La sentenza n°11504/2017 pubblicata il 10 maggio 2017 è intervenuta sullo scottante ed attualissimo argomento dei presupposti per il riconoscimento dell’assegno “divorzile”, ossia dell’obbligo di pagamento mensile di una somma di denaro – sostanzialmente a vita – in favore dell’ex coniuge economicamente più debole, che il Tribunale può imporre con la pronuncia di divorzio.

La decisione è davvero rivoluzionaria, perché scardina un orientamento del tutto consolidato, secondo cui per decidere se fosse dovuto o meno tale assegno mensile, si doveva operare un giudizio comparativo tra la situazione economico-finanziaria dell’ex coniuge “più debole”, e il tenore di vita che lo stesso aveva goduto in costanza di matrimonio.

Per rendere più chiaro il procedimento logico che i Tribunali normalmente seguivano prima di tale importante revirement della Suprema Corte, è opportuno fare un esempio concreto.

Prendiamo il caso, non infrequente, di un ricco dirigente di azienda, con carriera molto avanzata, che guadagna circa 8.000 € al mese netti, sposato con un’impiegata statale con stipendio mensile di 1.800 € e che abita in una casa di proprietà dove non paga mutuo.

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Fino ad oggi, il Tribunale avrebbe comparato il reddito della signora con il tenore di vita del quale la stessa poteva godere durante il matrimonio, il che avrebbe portato ad individuare un assegno a carico dell’ex marito finalizzato a garantire per quanto possibile il mantenimento di tale condizione di particolare agio.

In un caso come quello indicato, con ogni probabilità, il marito dirigente di azienda avrebbe dovuto versare un importo non inferiore ad 1.500-2.000 € al mese, in modo da riequilibrare le due situazioni reddituali.

La legge va al passo con i tempi

Oggi la Cassazione ha affermato che questo modo di ragionare non risponde più alla sensibilità comune rispetto all’istituto del matrimonio, che non è più percepito come un vincolo eterno, un legame indissolubile, mutamento di sensibilità che si è peraltro tradotto nella nuova normativa sul cosìddetto “divorzio breve”, che ha consentito lo scioglimento del vincolo mediante semplice dichiarazione presso l’Ufficio anagrafe, senza neppure transitare per un Tribunale.

Investigatore privato e infedeltà

La Suprema Corte ha quindi affermato che per decidere se un “ex coniuge” ha diritto a percepire a vita l’assegno divorzile, occorre guardare esclusivamente la sua condizione individuale per verificarne l’autosufficienza economica, senza compiere alcun giudizio comparativo con il “tenore di vita” goduto in costanza di matrimonio.

Tornando al nostro esempio, da domani la moglie del ricco dirigente di azienda, dipendente pubblica dotata di propria abitazione, non potrà più pretendere dall’ex coniuge un assegno che le consenta di mantenere il precedente tenore di vita, perché la sua condizione di oggettiva autosufficienza costituisce un impedimento oggettivo al riconoscimento del diritto all’assegno divorzile.

Una vera rivoluzione, che travolge anni di consolidata giurisprudenza, e che rischia di rimettere in discussione innumerevoli situazioni decise sulla base della ormai superata interpretazione dell’art. 5 della Legge 898/1970.

 

Avv. Arnaldo De Vito

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