Sindrome di Wendy: la partner perfetta dell’eterno Peter Pan

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Sindrome di Wendy: la partner perfetta dell’eterno Peter Pan

Sindrome di Wendy: la partner perfetta dell’eterno Peter Pan


La contro partner perfetta per chi soffre della sindrome di Peter Pan è colei che soffre della sindrome di Wendy. Ad affermarlo è lo psicologo americano Dan Kiley, famoso per aver coniato appunto il concetto di sindrome di Peter Pan in riferimento a tutti quegli uomini che rifiutano di crescere ed assumersi delle responsabilità. Perciò colei che, seppur lamentandosi, si assume le responsabilità del partner immaturo, giustifica la sua inaffidabilità e lo protegge con il suo fare materno è la perfetta Wendy. Una donna che sente la necessità di aiutare e supportare gli altri per sentirsi utili, indispensabili e soddisfare il proprio bisogno di controllo; in genere questo atteggiamento è tipico delle donne che hanno di fondo una forte paura del rifiuto.

In questo modo, la "Wendy" di turno instaura una relazione di dipendenza col suo "Peter", spesso avendo la percezione di occuparsi di un figlio anziché un marito. In questo modo, si protegge dal rischio di essere rifiutata ed abbandonata dallo stesso, seppure nutra per lui una profonda rabbia.

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Secondo Kiley, la sindrome di Wendy sarebbe frutto delle pregresse esperienze di rifiuto, abbandono e sofferenza che portano le donne a sentirsi inadeguate nei rapporti affettivi. Esse:

  • Sentono la necessità di aiutare gli altri a risolvere i loro problemi, supportare le persone, renderle felici;

  • Reputano che l'aiuto, la cura, l'accudimento ed il sostegno siano un atto di amore;

  • Possono avere avuto problemi di relazione con la famiglia di origine e ciò giustifica il loro impegno per ricrearne una "ex-novo" a tutti i costi;

  • Antepongono i bisogni altrui davanti ai propri, si sacrificano mettendosi in secondo piano anche quando non richiesto;

  • Si "attaccano" a partner immaturi, che non sono intenzionati ad occuparsi di nulla e che delegano alla partner più responsabile ogni decisione sia personale, di coppia, familiare, educativa dei figli;

  • Hanno paura che le persone non abbiano più bisogno del loro aiuto, di perdere il loro ruolo e per questo di essere lasciate sole, non viste. Attraverso l'aiuto si sentono utili, necessarie e preziose;

  • Scelgono un partner da "salvare", incapace di abbandonarle o rifiutarle;

  • Si trovavano in una relazione frustrante, in cui sperimentano una rabbia che le porta ad assumere successivamente il ruolo di "carnefice";

  • Non ricevendo nutrimento in cambio degli sforzi fatti per gli altri, si sentono vuote, scariche, depresse.


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Per uscire da questa dinamica non è necessario smettere di occuparsi dei propri cari (partner, figli, famiglia, amici intimi), ma piuttosto ristabilire dei confini sé-altro più equilibrati.

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Per farlo, è importante non trascurare i propri bisogni, valori, hobby, spazi, amicizie, in generale ciò che ha a che fare con la cura di sé e la propria crescita personale. È infatti possibile nel contempo sia prendersi cura del partner, che dedicare attenzione a se stessi.

Darsi completamente agli altri porta a sentirsi svuotati, esausti, insoddisfatti; avere attenzione per la propria felicità è fondamentale prima di occuparsi di quella altrui.

È utile, inoltre, rendersi consapevoli di alcune convinzioni e comportamenti che possono portare una persona affetta da tale sindrome a riavviare tale dinamica relazionale disfunzionale. Ecco alcuni esempi:

  • Sia Wendy che Peter Pan non riconoscono di avere un problema e di vivere una relazione basata sulla dipendenza reciproca;

  • Wendy è convinta che il partner non sia in grado di sopravvivere da solo. In realtà, non è corretto pensare che egli non sia in grado di cavarsela; il fulcro del problema è che non vuole assumersi responsabilità;

  • Wendy induce il partner a sentisi in colpa, con la speranza che egli si attivi maggiormente. Tuttavia, questo comporta che egli si senta sotto ricatto e che, quindi, svolga i compiti in malo modo e con un atteggiamento passivo-agressivo. Di conseguenza, si instaura un circolo vizioso, in cui la partner si sostituisce a lui poiché lo reputa incapace a fare da solo;

  • Wendy dipende affettivamente dal partner malgrado la sua evidente passività ma allo stesso tempo sente di non poter vivere senza di lui. Si arrabbia, lo ricatta sperando in un cambiamento che, però, non arriva e non si separa;

  • La parnter può manifestare il suo disagio spendendo molto denaro o mangiando in modo compulsivo per compensare la sua insoddisfazione. Può sviluppare paure per situazioni che possono sfuggire al suo controllo (paure ipocondriache) o si coinvolge in una relazione extraconiugale per ottenere quel calore e sostegno che le mancano dal partner ufficiale.


In questi casi, è sicuramente utile rivolgersi ad uno psicologo o ad uno psicoterapeuta per poter lavorare su di sé e/o sulle dinamiche di coppia. Tuttavia, è fondamentale capire che lo scopo della terapia non è quello di cambiare il partner, in quanto il lavoro centrale è su di sé e sulle motivazioni che hanno portato all'instaurarsi della sua personale dipendenza.

 

dott. Maurizio Sgambati

 

 

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Psicologo Psicoterapeuta ed Analista Transazionale Certificato. Effettuo attività di consulenza psicologica e psicoterapia come libero professionista in privato privilegiando le problematiche del singolo adulto. Collaboro con alcune associazioni di promozione sociale offrendo formazione e supervisione professionale. Per Noi2 Magazine scrivo articoli di taglio psicologico riguardanti il mondo delle relazioni.

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